Formarsi per innovare
Uno scenario a cui assistiamo spesso quando guardiamo al panorama delle grandi fiere internazionali e a come le PMI vi si rapportano, è spesso la mancanza di visione, di un obiettivo di business facilmente misurabile. E, non ultima, la tendenza a partecipare in contesti con una forte impronta internazionale senza prima aver fatto opportune analisi di mercato.
Industria 4.0
Nel panorama dell’industria 4.0, un approccio specialistico e data-driven è fondamentale per poter formulare una strategia di marketing fieristico che capitalizzi peculiarità e vantaggi competitivi delle aziende, in particolar modo quelle di dimensioni ridotte, come sono quelle italiane. Il provincialismo è un lusso che non possiamo più permetterci.
In questo contesto, per poter diventare innovatori e fare la differenza, è necessario tenersi costantemente aggiornati sia sullo specifico settore di riferimento, che sulle trasformazioni più ampie cui l’ambiente fieristico, soprattutto grazie alla forza delle nuove tecnologie, è interessato ormai da diversi anni.
Appare molto evidente come la formazione sia sempre più una leva strategica volta a creare le basi di un rilancio dell’intero sistema impresa. Ridisegnare i processi aziendali in ottica digitale diventa quindi il primo passo per un solido sviluppo, ma non può allo stesso tempo essere il solo punto di arrivo. Va infatti accompagnato da un’adeguata formazione che possa instillare nelle figure chiave la consapevolezza nell’uso delle tecnologie e fornire il know-how necessario ad affrontare sfide di portata internazionale.
La formazione e l’aggiornamento del personale dovrebbero essere del tutto trasversali, o perlomeno riguardare tutti coloro che saranno responsabili di veicolare l’immagine aziendale alle fiere, in quanto direttamente responsabili della brand reputation.
I dati
L’internazionalizzazione si sta rivelando la sfida più grande degli ultimi decenni. Nonostante ci sia ancora molto spazio per lo sviluppo imprenditoriale, soprattutto se si tratta di mercati di nicchia iperspecializzati (è il caso della costellazione di aziende che operano nel settore agroalimentare italiano), i sondaggi vedono quasi un terzo delle imprese non ancora pronte, (ed una piccola percentuale proprio non interessate) a dialogare con i mercati internazionali.
Tuttavia, coloro i quali hanno sentito la necessità di ampliare il proprio target di riferimento oltreconfine, lo hanno fatto sfruttando proprio gli eventi fieristici di grossa portata o viaggi di lavoro per tastare il polso del mercato d’oltralpe.
Chi ancora non ha fatto questo passo importante, come evidenziano le indagini, è rimasto prevalentemente bloccato dalla difficoltà a rapportarsi con partner locali e le difficoltà burocratiche, logistiche ed operative che insorgono naturalmente quando si è a contatto con paesi diversi di cui non si possiede conoscenza approfondita.
E’ interessante notare, pur tenendo presente le difficoltà fisiologiche delle microimprese, come i principali ostacoli all’internazionalizzazione apparentemente non derivino dalla dimensione ridotta delle PMI, ma piuttosto dalla mancanza di know-how e metodologia.
Questo dato sottolinea nuovamente il potenziale che queste aziende potrebbero sfruttare appieno e con successo, se solo entrassero in contatto con un partner qualificato ed esperto, iniziando un percorso di formazione strutturato per scoprire poi potenziali nuovi mercati da esplorare.


